Avventura a Capri (1959)
Come investire (per fortuna, poco) tempo col proposito, non dico di divertirsi, ma almeno di rilassarsi, senza riuscirci: questo è “Avventura a Capri”. Perché si rimane infastiditi da quanto sia un film maldestramente architettato in molti punti, a cominciare dal titolo: dal momento che le storielle amorose e non sono più d’una, non si capisce perché si sia scelto il singolare.. Se potrebbe essere scambiato per un qualsiasi altro filmetto balneare, si capisce presto però che è uno degli esempi peggiori. Le evidenti mancanze di questa pellicola (non può essere una scusa che abbia poche pretese) infatti non si fanno attendere.
Comincia promettente, entrando subito nel vivo del racconto presentando tutti i protagonisti e le storielle in cui si impegoleranno – poco più di un’ora di leggerezza sembra garantita. Ma appena si entra nel vivo del film, cioè subito dopo l’arrivo dei personaggi a Capri, si avverte una lunga sfilza di piccole incongruenze, di dettagli illogici e senza senso: perché due dei ragazzi in gita col professore a un certo punto scappano? perché gli sposini se ne vanno dal ristorante proprio quando arriva la loro ordinazione? perché l’”indigena” non ha avvisato il tipo che non sarebbe andata all’appuntamento perché impegnata nella sfilata? Si ha il sospetto che, per non toccare nelle grandi linee un intreccio che di massima si riteneva già pronto, si sia agito goffamente con forbice e scotch nei particolari per aggiustarlo e renderlo “filologicamente” corretto: insomma, se i ragazzi non fossero scappati, il loro episodio sarebbe stato piatto; se gli sposini non si fossero alzati dal tavolo, non sarebbe stata possibile la scena in cui si appartano nella barca dove si è nascosto il ragazzo ciccione; se la ragazza si fosse presentata all’appuntamento, non ci sarebbe stata la scena finale della riappacificazione, e così via.
Peccato (sic!) che sotto un altro punto di vista non si sia pensato di apportare i necessari aggiustamenti: in tutti quei punti, cioè, in cui la sincronia degli eventi, la loro contemporaneità, è clamorosamente sfalsata. I due innamorati cenano e si danno appuntamento per le nove quando è già buio; il cenone è già cominciato, ma c’è gente ancora dal parrucchiere, mentre i campeggiatori sono già in tenda a dormire; l’isolano porta la francesina a fare il bagno col sole già alto, ma è nella scena successiva che si vede l’alba.
Senza parlare poi di quanto il film sia costruito banalmente (inizio e fine coincidono con l’arrivo e la partenza dei personaggi), di quanto sia irritante la mielosa colonna sonora, di quanto sia fastidioso - perché patetico e viscido - il tono generale del film nei suoi dialoghi imbarazzanti, nelle sue inquadrature a fondoschiena e cosce, nel proposito (maschile e femminile) della “conquista” estiva a tutti i costi.
Difetti questi che, pur caratteristici del filone balneare, diventano lampanti in un film che non può contare sul benefico contributo portato da grandi nomi del cinema contemporaneo (Sordi, Chiari, Tognazzi), che pure ogni tanto si cimentavano in lavori minori di questo tipo, un po’ per arrotondare, un po’ per divertirsi. Senza nulla togliere ai quattro poveracci che hanno recitato – facendo il loro dovere, per carità –, incappare in questo film è stata quasi una “disavventura”.
Il messaggio di un film che comincia con il rifiuto di un qualunque geometra Mario Bianchi di essere il milionesimo automobilista di Roma è chiaro. Si è ormai aperta un’era in cui la macchina è diventata un demone che ha invaso le città inquinandole, intasandole, deturpandole. La si addita come la causa di mille problemi, diventa oggetto di ogni critica, finisce sempre sotto accusa. Ma si sbaglia se si vuole trovare nell’automobile la causa di tutto: la si cerchi invece in chi le guida. Perché i tempi sono ormai quelli in cui un famosissimo burino in spider sorpassa tutti lungo l’Aurelia tra Roma e Viareggio…
Non per niente sulla parabola criminale di Nino Borsetti si ritorna spesso nel corso del film, a differenza degli altri episodi (quello di Tognazzi, di Chiari, di Franchi e Ingrassia), circoscritti e ben delimitati. Eppure “I motorizzati” non è un classico film a episodi: è più vicino a un varietà con tanto di presentatore (Alberto Bonucci) - che cerca di convincerci dei mali della motorizzazione -, un grosso calderone con musica e scenette che spezzano la serie degli episodi veri e propri; un miscuglio troppo assortito e asimmetrico, dove gli stessi episodi sono di lunghezza diversa e talvolta si fondono e si incrociano, con personaggi di uno che compaiono negli altri. Pure architettato molto liberamente – diciamo così –, rimane un film che valorizza le doti comiche di tutti gli interpreti, e risulta piacevole e originale (persino nei titoli di testa e nelle musiche, che sono di Morricone), riuscendo a convincerci senza troppa fatica che in Italia la carrozza è stata sì soppiantata dall’automobile, ma la bestia che la trainava è finita al volante.

Primo esempio. Una coppia litiga sulla scalinata di Trinità dei Monti; in particolare, lei sta riempiendo di insulti lui perché lui vuole chiudere un rapporto – comunque sempre rimasto aperto e libero – di cui si è stancato.
Terzo esempio: Marcello è a una festa di vecchi amici e, gironzolando per casa, capita in una stanza dove la sua ex e un po’ gente ciacolano sul letto con whisky in mano e sigaretta in bocca. Gli viene malignamente chiesto di Anna (l’attricetta con cui ha una storia), e “come sta”, e “perché non l’hai portata”, ecc. Marcello risponde per le rime: se Anna non c’è è perché non è a Roma, e la prova di quello che sta dicendo è la sua presenza lì: se Anna fosse stata a Roma non sarebbe mai andato a quella festa! L’amore ormai ha allontanato Marcello da tutto e da tutti: in questa scena, infatti, oltre allo scambio di battute al vetriolo di cui ho detto, lui è solo in piedi vicino alla porta, e affronta da quella solitaria posizione tutti gli altri che invece stanno comodi sul letto, dove la ex assomiglia a una regina egizia col suo séguito, inserita com’è in un cono di luce che fa risaltare prima l’aggressività e poi il risentimento della sua espressione.
L’ultima anima lussuriosa di cui la nostra guida – la divina Monica (v. “Amore mio aiutami” e “Il deserto rosso”) - ci vuole parlare è quella dell’ingenua e disgraziata Lisa. Due aggettivi che ci servono per inquadrare non solo la persona, ma anche la sua vita coniugale. Perché la poveretta ebbe la sventura di sposare un uomo che, dietro un grande carisma, nascondeva una ripugnante bassezza e uno sterminato cinismo. Meschino e disgustoso, univa alla perfetta conoscenza di tutti gli sporchi trucchi che possano esistere la fredda intenzione di usarli, se necessario. Era capace di intortare chiunque (non per niente era un pubblicitario di successo) - figuriamoci una come Lisa, intontita dal suo fascino sin dal primo incontro.
Scelse la strada di una finissima tortura psicologica, a cui vennero sottoposti la consorte e il suo nuovo amore Jean-Claude, invitato a passare un weekend a casa loro. Livio sfoderò un perfido eclettismo nel prendersi gioco dei due piccioncini: per sminuire il “concorrente” lo fece vincere a tennis, sport in cui lui eccelleva; per screditare la moglie fece credere a Jean-Claude di avere un sacco di filmetti porno con Lisa protagonista; per farla ingelosire invitò per il weekend anche la segretaria figa e “oca” – visto che si parla di volatili. Tutto per distruggere un romanticissimo rapporto nato tra i due a una festa all’ambasciata africana, mentre Livio manzeggiava con una bella “ministra” dalla pelle d’ebano.